Chiedo scusa se parlo di ... Gaber
- Danny

- 1 gen
- Tempo di lettura: 5 min
Aggiornamento: 5 gen
Questo video creato con l'AI (testo ed immagini) presenta una sintesi dell'opera "Chiedo scusa se parlo di ... Gaber" che per chi conosce la mia passione per il "cantautore" o "teatro-cantante" milanese, non rappresenta certo una novità. E' dal 2018 che ho iniziato a scrivere questo libro-concept sul Signor G. e per presentarlo, ora che posso dire di averlo completato e quasi pronto ad essere gettato nelle forche caudine dell'editoria moderna, ho pensato a un video di sintesi costruito tramite l'AI al quale ho voluto affiancare come sottofondo, un brano del Signor G. che ho, che ho riarrangiato io, con la sola base musicale.
Qui di seguito il transcript del video:
Bene, oggi ci addentriamo nell'universo di un artista che ha segnato la cultura italiana, Giorgio Gaber, e lo facciamo seguendo le tracce lasciate da Danilo Cagno nel suo libro. Guardate
bene la copertina, è un chiaro omaggio a uno degli album più iconici di Gaber, far finta di essere sani. Già solo il titolo è un programma, no? ci spalanca subito le porte del suo mondo, un mondo sempre un po' scomodo, sempre provocatorio. E pensate un po', per l'autore tutto comincia alla fine degli anni 80 con un oggetto che oggi suona quasi preistorico, una musica setta, una di quelle duplicate, sapete? E immaginatevi la scena. Un adolescente che si trova tra le mani questa cassetta con un titolo pazzesco: "Far finta di essere san". Ma come si fa a resistere?
Era molto più che intrigante. Era una vera e propria calamita, era la promessa di qualcosa di diverso, di profondo, lontanissimo da quello che passava in radio all'epoca. E poi arriva l'ascolto che cambia tutto. C'è una canzone, un'idea che è una vera e propria scossa. L'idea di fondo è potentissima. Le idee non sono cose astratte che volano nell'aria, no. Le idee si devono mangiare e digerire per diventare vere, per sentirle tue. Per l'autore è una rivelazione, come se Gaber avesse trovato le parole esatte per descrivere un pensiero che lui aveva già dentro, ma che non riusciva a mettere a fuoco. Ecco, è proprio da qui che parte la domanda che ci guiderà in questo viaggio: "Ma chi era questo Gaber? Chi era quest'uomo capace di tirarti fuori qualcosa che sapevi già ma non sapevi di sapere?" È una sensazione stranissima. quasi maieutica come un moderno Socrate. E per provare a rispondere dobbiamo fare un passo indietro e guardare a una scelta che ha definito tutta la sua carriera. La risposta, vedete, sta in una svolta a dir poco radicale. Immaginate il contesto. La televisione è il sacro Graal del successo. Tutti vogliono esserci. È lui che fa l'esatto contrario, se ne va. abbandona la TV, la popolarità facile per cercare qualcosa di più vero, un contatto diretto, quasi fisico, con il pubblico e per farlo si inventa una forma d'arte tutta sua, il teatro Canzoni e il cambiamento è abissale. Da una parte c'è la TV, il bianco e nero, le canzonette orecchiabili per un pubblico enorme. Dall'altra il teatro, il colore,
l'intensità, un pubblico che è lì per scoltare davvero. Lì sul palco Gaber non canta e basta. Lui dialoga, provoca con monologhi che sono lame affilate e canzoni che scavano dentro. È una rivoluzione totale, un vero punto di non ritorno nella sua arte. Il simbolo, il manifesto di questa nuova fase è uno spettacolo che si chiama il signor G. E chi è questo signor G? Beh, non è una
persona specifica, è più un personaggio universale, l'uomo comune, un avatar, se vogliamo. Gaber ci racconta la sua intera vita dalla nascita alla morte e così facendo, in realtà mette uno specchio davanti a tutti noi per farci vedere le nostre di contraddizioni. E dentro a quest'opera ci sono dei pezzi che sono diventati dei classici delle pietre miliari. Qui Gaber mette sul tavolo praticamente tutti i temi che poi svilupperà per il resto della sua carriera. Da com'è bella la città fino al monologo finale sulla morte. Il signor G e alla fine siamo un po' tutti noi. Ok. Ma allora quali sono queste idee così forti al centro del teatro di Gaber? Adesso entriamo proprio nel vivo del suo pensiero perché intendiamoci, le sue non sono mai state solo canzoni, erano vere e proprie sedute di analisi, delle esplorazioni filosofiche e taglienti su temi enormi: la libertà, la politica. Chi siamo noi veramente? E a proposito di libertà, c'è una sua frase che è diventata quasi un manifesto. La libertà è partecipazione. Sentite che forza. Per lui la libertà non è una cosa egoistica, non è stare sopra un albero a guardare il mondo dall'alto, non è neanche il volo di un moscone senza meta, no. La vera libertà, quella che conta, è un atto consapevole, è un impegno, è esserci insieme agli altri, è partecipazione, appunto. Ma Gaber non si ferma qui, anzi fa un passo in più. e con una lucidità che oggi sembra quasi profetica, ribalta completamente il tavolo. Arriva a parlare di libertà obbligatoria, un concetto pazzesco, no? l'idea di una società che ti obbliga a essere libero e così la libertà diventa solo un altro prodotto da consumare, un dovere ipocrita che alla fine ci rende ancora più schiavi. Un paradosso incredibile e per capire come le idee più scomode col tempo vengano, come dire, addomesticate, guardate queste due immagini. Cagno fa notare una cosa molto interessante sulla locandina di un film di Buguel, un regista che Gaber amava molto. La locandina originale, quella del 74, era sfacciata, provocatoria. Quella più recente invece è pulita, innocua. è una specie di censura silenziosa che toglie il morso alle cose. Ecco perché a quel punto la scelta del teatro non è più solo una questione artistica, diventa una necessità, una vera e propria via di fuga, perché dopo una sua esibizione in TV molto coraggiosa in cui criticava apertamente il potere, Gaber è stato praticamente messo al bando, censurato e così il palco diventa l'unico spazio che gli rimane, l'ultimo rifugio dove poter essere totalmente libero, senza filtri. E sentite questa, con quell'ironia tagliente che era solo sua, Gaber usa il tennis come metafora del conformismo. Dice che la vera cortina di ferro, la vera divisione non è politica, ma è nei gusti. Giocano tutti a tennis, cioè tutti parlano delle stesse cose, si appassionano per le stesse sciocchezze e intanto i problemi veri, quelli grandi, vengono lasciati lì. è la fotografia perfetta del pensiero unico che appiattisce tutto. E tutto questo ci porta a una domanda fondamentale: "Ma perché parliamo ancora di Gaber oggi? Perché è così attuale?". Beh, la risposta è che il suo lavoro non è roba da museo da mettere in una teca, è una cassetta degli attrezzi, una cassetta piena di strumenti lucidissimi per capire il mondo in cui viviamo adesso. Volete qualche esempio? Pensiamoci. Anni 70 Gaber canta le carte e critica un'identità ridotta a un pezzo di carta. E oggi? Oggi le nostre carte sono i dati personali che regaliamo ai giganti del web. Anni 80, indi oggetti ci dice che sono le cose a possedere noi, non il contrario. E oggi? Oggi quegli oggetti sono smart, intelligenti e si nutrono letteralmente delle nostre vite. Per non parlare della sua analisi spietata su come ogni protesta, ogni rivoluzione finisca per essere inglobata dal sistema. Sembra scritta questa mattina, no? Quindi è chiaro che questo nostro percorso non ha la pretesa di dire tutto, anzi vuole essere solo una scintilla, uno spunto, un invito a tuffarsi o a rituffarsi nell'universo incredibile che Giorgio Gaber ci ha lasciato. E allora non possiamo che chiudere con un grazie, un grazie al signor G, perché la sua eredità non è fatta solo di canzoni o di monologhi, è un vero e proprio patrimonio di pensiero critico, un antidoto potentissimo per provare a restare svegli e vigili, soprattutto in tempi come questi che sembrano fatti apposta per farci addormentare. E così la domanda finale rimane aperta e ce la portiamo a casa. In un presente che sembra sempre più assopito, dominato dall'indifferenza, cosa può insegnarci ancora il signor G? lui che ci spingeva a mangiare le idee e a partecipare.



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