Profondo Nero

 

 

      Profondo Nero è una lunga strada sterrata, scomoda, un sentiero di sassi e stoppie brunite dai fischi di un vento sordo, una “fatica bestiale e braccia alzate a riprendersi il cielo” (da Valentine).

E nell’intreccio di un verseggiare rapido, ritmato, rimato quel che basta a colorare le emozioni e a rispecchiarle in chi legge, in un dialogo serrato col lettore, che sollecita e intriga rifuggendo le lusinghe di una facile intesa, ecco che “speranza di nuova vita”, “come tutto, destinato a passare, prima o poi, dovrà ritornare” (da “C’è un settembre”). E “questo pensiero, il sentire nuovo e vero, antico risolto filo, intero mai spezzato” riemerge come una luce nuova, una possibilità più lieve di pensiero, di speranza, un’alba ad annunciare forse la possibile schiarita: “ritorna sincero, e vero, risorge un’alba, mai vista, sul libercolo nero”.

 

 

     

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C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che gli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta.

da Tesi di filosofia della storia, Walter Benjamin

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N. accessi da 1/1/2015

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Il Federiciano 2015

VII Edizione del festival "Il Federiciano", "Quando a volte di mano"